Bucci-Brambilla, il caso del presunto dossieraggio infiamma la politica tra conferenza stampa, comunicati, denunce e un fascicolo aperto dalla procura

Dopo le ricostruzioni sui presunti report dell’ufficio stampa della Regione Liguria sul lavoro dei cronisti del Secolo XIX, si è aperto un fronte politico e giudiziario. Il centrosinistra parla di una vicenda incompatibile con la libertà di stampa e chiede chiarimenti, mentre il centrodestra respinge tutto come una normale attività di rassegna e analisi. Nel frattempo il direttore Michele Brambilla ha presentato querela, l’Ordine dei giornalisti della Liguria aveva già aperto un’istruttoria e la Procura di Genova ha aperto un fascicolo

È diventato il caso politico del giorno in Liguria e a Genova, ma prima ancora resta una vicenda che tocca un nervo delicatissimo: il rapporto tra il potere politico, gli uffici di comunicazione istituzionale e la libertà del lavoro giornalistico. Al centro ci sono i report preparati dallo staff del presidente della Regione Liguria Marco Bucci sul lavoro di alcuni cronisti del Secolo XIX durante la campagna elettorale per le Comunali del 2025, una documentazione che avrebbe analizzato nel dettaglio articoli, titoli, spazi, fotografie e trattamento riservato ai candidati, fino a diventare il fulcro di una polemica che ora ha già prodotto una querela, un’istruttoria ordinistica e un fascicolo aperto in Procura.

La sostanza delle ricostruzioni giornalistiche: i report avrebbero messo sotto osservazione il modo in cui il quotidiano genovese raccontava il confronto tra Pietro Piciocchi e Silvia Salis, con conteggi delle righe dedicate all’uno o all’altra, osservazioni sul peso dato a determinati servizi, rilievi sui titoli e sulla scelta delle fotografie. In alcune versioni pubblicate si sostiene anche che quel materiale non sarebbe rimasto confinato a una valutazione interna, ma sarebbe finito all’attenzione dell’editore, entrando così in un terreno molto più sensibile, quello delle possibili pressioni sulla linea editoriale. È da qui che nasce l’esplosione del caso.

Sul piano giudiziario e ordinistico, la vicenda si è mossa in parallelo. La Federazione nazionale della stampa italiana ha riferito che il caso nasce da un’istruttoria aperta dall’Ordine dei giornalisti della Liguria, che il direttore Michele Brambilla ha querelato per diffamazione Federico Casabella e che la posizione dello stesso Brambilla è stata archiviata dall’Ordine.
Sul fronte giudiziario, intanto, la Procura di Genova ha aperto un fascicolo in seguito all’esposto presentato dal direttore del Secolo XIX Michele Brambilla contro il portavoce del presidente della Regione Marco Bucci, Federico Casabella. L’atto, depositato il 6 marzo, richiama l’ipotesi di diffamazione aggravata e si concentra sulle dichiarazioni rese da Casabella durante un’audizione davanti all’Ordine dei giornalisti della Liguria, in particolare sul riferimento a un presunto accordo tra lo stesso Brambilla e il governatore ligure. Al momento l’inchiesta è stata iscritta contro ignoti
Attorno a questi fatti, la politica si è spaccata in due fronti prevedibilmente nettissimi. Da una parte il centrosinistra, che parla di un fatto gravissimo e di un possibile attacco all’autonomia dell’informazione. Dall’altra il centrodestra, che respinge l’espressione “dossieraggio” e sostiene che si tratti di normale attività di analisi della stampa, del tutto fisiologica per qualunque staff politico e istituzionale. In mezzo, la difesa di Marco Bucci e del suo portavoce Federico Casabella, che rivendicano la correttezza del loro operato e parlano di un “grande equivoco”.
La linea del centrosinistra, pur con toni diversi, è apparsa fin dall’inizio compatta. In Consiglio comunale i capigruppo della maggioranza progressista hanno parlato di interrogativi “gravissimi”, sottolineando che, se anche solo una parte delle ricostruzioni fosse confermata, ci si troverebbe di fronte a un fatto “incompatibile con il pieno rispetto della libertà di stampa”. Nello stesso testo, i gruppi che sostengono la sindaca Silvia Salis hanno scelto una chiave politica precisa, sostenendo che non si sarebbe di fronte a un episodio isolato ma a un metodo, e hanno chiesto che i vertici della Regione, “a cominciare dal presidente Bucci”, chiariscano fino in fondo “le zone d’ombra” sull’uso della macchina pubblica e sul rapporto con l’informazione.
Dentro il campo progressista, il Partito Democratico ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, ma lo ha fatto con voci diverse ricondotte tutte alla stessa accusa di fondo. Il consigliere regionale Simone D’Angelo ha parlato di un “fatto gravissimo” e ha affermato che, se i fatti dovessero essere confermati, ci si troverebbe di fronte a “uno scandalo politico e mediatico” incompatibile con la democrazia, arrivando a chiedere che Marco Bucci chiarisca “oppure si dimetta”. Il segretario genovese del partito Francesco Tognoni ha definito “gravissimo” ciò che emerge, sostenendo che «costruire dossier sui giornalisti e segnalarli agli editori non è comunicazione istituzionale: è un metodo di pressione che non può trovare spazio nelle istituzioni». Sulla stessa linea si è collocata la capogruppo comunale Martina Caputo, che ha insistito sul principio generale, dichiarando che «la libertà di stampa è un pilastro della nostra democrazia e va difesa senza ambiguità» e che «la politica deve garantire condizioni di libertà e pluralismo dell’informazione, non creare pressioni o canali impropri per orientarla». Anche i parlamentari liguri del partito, Lorenzo Basso, Valentina Ghio, Alberto Pandolfo e Luca Pastorino, hanno tenuto insieme solidarietà ai giornalisti e richiesta di spiegazioni, parlando di una questione “molto seria” che riguarda il rapporto tra istituzioni e libertà di informazione, mentre l’eurodeputato Brando Benifei ha evocato, in caso di conferma dei fatti, “un abuso di potere intollerabile”.
Anche il Movimento 5 Stelle ha fatto quadrato, ma ha scelto di insistere soprattutto sull’uso di strutture e risorse pubbliche. Il capogruppo regionale Stefano Giordano ha chiesto una commissione consiliare con l’audizione dell’Ordine dei giornalisti della Liguria e dell’Associazione ligure dei giornalisti, sostenendo che, “qualora anche solo una parte di quanto letto venisse confermata”, si sarebbe davanti a una vicenda incompatibile con la Costituzione e con il ruolo libero dell’informazione. Il capogruppo al Senato Luca Pirondini è stato ancora più netto, parlando di un “sistema di pressione costruito dentro un ufficio pubblico per controllare e condizionare il lavoro di una redazione” e aggiungendo che, se tutto fosse confermato, Marco Bucci dovrebbe dimettersi. Sul versante comunale, Marco Mesmaeker e Marco Casini hanno contestato in particolare la linea difensiva del presidente, sostenendo che nella sua conferenza stampa si sarebbe “contraddetto”, perché prima ha negato di avere mai dettato la linea a un giornale e poi avrebbe ammesso di indicare gli argomenti ritenuti più opportuni.
Nel perimetro del centrosinistra si collocano poi anche le reazioni di Alleanza Verdi Sinistra e delle altre forze civiche e progressiste. Il gruppo regionale di Alleanza Verdi Sinistra ha parlato di un “quadro inquietante” di pressioni, dossieraggi e tentativi di condizionare la vita politica ligure, sostenendo che, se le contestazioni fossero confermate, emergerebbe una “gravissima responsabilità” del presidente. Gianni Pastorino, capogruppo della Lista Andrea Orlando Presidente e rappresentante di Linea Condivisa, ha definito le notizie “estremamente gravi e inquietanti”, dicendo che, se vere, sarebbero incompatibili con i principi fondamentali della democrazia. Tutte queste prese di posizione, pur differenziate nei toni, convergono su un punto: il tema non viene presentato come una banale polemica tra politica e giornale, ma come un test sul rapporto tra istituzioni e libertà di stampa.
Sul fronte opposto, il centrodestra ha risposto in maniera ugualmente compatta, ma rovesciando l’impostazione del caso. La linea comune è che non ci sarebbe stato alcun dossieraggio e che parlare di “schedature” o di “black list” sarebbe una forzatura costruita per montare un caso politico. La Lega ha sostenuto che si starebbe trasformando in scandalo “una dinamica del tutto normale nei rapporti tra istituzioni e informazione”, aggiungendo che è prassi comune che un presidente di Regione si confronti con la direzione di un giornale quando ritiene vi sia una rappresentazione distorta o discriminatoria nei suoi confronti o verso la parte politica che rappresenta. Il partito ha definito “inesistenti” le black list e ha parlato di parole piegate “a una polemica costruita ad arte”.
Dentro Fratelli d’Italia e FdI, il capogruppo in Consiglio regionale Rocco Invernizzi ha scritto che definire “schedature” o “dossieraggi” quella che sarebbe una normale attività di rassegna e analisi stampa rappresenta “una forzatura evidente”. Nella sua lettura, monitorare la copertura mediatica e segnalare eventuali squilibri rientrerebbe “pienamente nel lavoro di qualsiasi ufficio stampa”, soprattutto durante una campagna elettorale. In sostanza, per Fratelli d’Italia e FdI, il nodo non starebbe nell’operato dello staff di Marco Bucci, ma nella volontà dell’opposizione di costruire l’ennesimo caso politico.
Anche Forza Italia ha scelto la stessa linea difensiva, seppure con sfumature proprie. Il capogruppo regionale Carlo Bagnasco ha parlato di una polemica costruita su una vicenda che “nei fatti, non lo è”, esprimendo piena solidarietà a Federico Casabella e al suo staff. Il consigliere regionale Angelo Vaccarezza ha invece insistito sull’idea di un “attacco disperato” della sinistra e ha derubricato tutto a una normale rassegna stampa, sostenendo che strumenti del genere vengono utilizzati quotidianamente da qualunque politico. In questo blocco si collocano anche le liste civiche di maggioranza in Regione, da Vince Liguria a Orgoglio Liguria – Bucci Presidente, che hanno parlato di attacchi disperati e di una sinistra pronta a cavalcare qualsiasi notizia per colpire un presidente descritto come impegnato “pancia a terra” sulla Regione. Il presidente del Consiglio regionale Stefano Balleari (Fdi), pur con toni più istituzionali, ha chiesto rispetto per le istituzioni liguri e fiducia nel lavoro della magistratura, esprimendo solidarietà a Casabella e allo staff del presidente.
Dentro questo scontro politico si collocano le dichiarazioni dirette dei protagonisti principali, che sono il cuore della difesa. Marco Bucci ha parlato di «un grande equivoco» e ha negato con nettezza l’esistenza di qualunque dossieraggio: «Non è mai esistito alcun “dossieraggio”, dire il contrario è diffamatorio». Il presidente ha spiegato che «quella che il mio staff prepara è la rassegna stampa quotidiana» e che, nell’ambito del «rapporto mio personale con il direttore del Secolo XIX», iniziato dopo l’insediamento del nuovo direttore nell’ottobre 2024, ci sarebbe stato uno scambio reciproco di «opinioni e feedback su questioni di lavoro, sulle cose che riteniamo importanti». Marco Bucci ha aggiunto: «Non abbiamo mai dettato la linea a nessun giornale e mai lo faremo», insistendo sull’idea che il problema non sarebbe il contenuto di quei contatti ma il fatto che «dialogo personale e privato» sia diventato pubblico. Nella conferenza stampa, il governatore ha poi rivendicato il diritto di dissentire rispetto a ciò che viene scritto su di lui, spiegando: «È un diritto di tutti i cittadini rivolgersi al direttore e dire “non sono d’accordo su questo”». E ancora: «Il famoso dossieraggio, che non è un dossieraggio ovviamente, è soltanto un rapporto tra il sottoscritto e il direttore sulle cose che noi consideriamo importanti o quelle che lui considera importanti». Per Marco Bucci, dunque, «non c’è nessun dossieraggio o cose di questo tipo», mentre la scelta di rendere pubblici contenuti che lui considera riservati sarebbe «molto grave».
Sulla stessa linea, ma con una difesa ancora più tecnica, si è mosso Federico Casabella. Il portavoce ha esordito dicendo che «il dossieraggio è un reato» e che l’uso del termine “dossier” sarebbe stato «fatto ad hoc» e sarebbe «diffamante». Nella sua ricostruzione, lo staff di comunicazione politico ha tra i suoi compiti «anche quello di elaborare e commentare la rassegna stampa», mentre nel documento contestato «si commentano delle notizie e la struttura di titoli e articoli impostati sulla base di scelte editoriali e mai ci si riferisce alla professionalità dei singoli giornalisti». Federico Casabella ha inoltre sostenuto che «quelle che oggi vengono definite come pressioni sono in realtà contatti riferibili ad un rapporto di collaborazione che normalmente esiste tra qualunque ufficio stampa e qualunque redazione» e ha ribadito una tesi già emersa nelle prime ricostruzioni: «La nostra quotidiana attività di rassegna stampa e analisi della stessa è stata richiesta con maggiore attenzione dal Presidente in virtù di un accordo tra il direttore del Secolo e il Presidente stesso». Più avanti ha insistito anche su un altro punto, destinato ad alimentare ulteriore scontro, affermando che «il fatto che oggi si parli solo del Secolo XIX evidenzia come il documento in oggetto sia stato esplicitamente richiesto dalla direzione dello stesso». E, in un passaggio particolarmente duro, ha lasciato intendere di valutare una controquerela, contestando sia la parola “dossieraggio” sia l’idea che esistesse una “blacklist” di giornalisti esclusi dalle comunicazioni istituzionali.
Queste dichiarazioni, però, non hanno affatto raffreddato il confronto. Anzi, lo hanno spostato ancora di più sul terreno politico e simbolico. Per il centrosinistra, l’elemento più problematico resta l’uso di una struttura pubblica per analizzare il lavoro di singoli giornalisti e, secondo alcune ricostruzioni, per interloquire con l’editore del giornale. Per il centrodestra, invece, il punto dirimente è opposto: qualunque staff politico produce rassegne stampa, le commenta, segnala criticità e mantiene rapporti con direttori e redazioni; trasformare questa prassi in un caso di dossieraggio sarebbe un salto semantico e politico inaccettabile.
Resta però il fatto che la vicenda, a questo punto, non è più solo una guerra di comunicati. C’è una querela già presentata dal direttore Michele Brambilla, c’era un’istruttoria aperta dall’Ordine dei giornalisti della Liguria e c’è un fascicolo aperto in Procura. Su questi tre piani si giocherà la verifica più concreta di una storia che, per ora, resta sospesa tra due narrazioni opposte: quella di chi vede un metodo di pressione incompatibile con la libertà di stampa e quella di chi parla di un lavoro normale di rassegna e di un rapporto confidenziale degenerato in caso pubblico.
Nell’attesa che siano gli accertamenti a chiarire il quadro, il dato politico è già evidente. Il centrosinistra ha scelto di accorpare la vicenda dentro un’accusa più ampia al “modello Bucci”, letto come una postura insofferente verso il dissenso e il controllo dell’informazione. Il centrodestra ha fatto muro attorno al presidente e al suo staff, presentando la polemica come un’offensiva costruita dalla sinistra per colpire una maggioranza che continua a governare la Regione. In mezzo, c’è una domanda che resta aperta e che spiega perché il caso sia diventato così esplosivo: dove finisca il diritto della politica a contestare il racconto di un giornale e dove cominci, invece, il rischio di un’interferenza impropria nel lavoro dell’informazione.
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